Un giorno completamente nuovo
Mi svegliai alle ore 18:15 p.m.
Direzione bagno. Sollievo giallo liquido e impellente. Mi diedi una sciacquata felina in viso. Aprii la porta. Avevo lo sguardo basso. Lo alzai come una macchina da presa. Filmai punta tonta di stivali scamosciati, gambe, gambe, e ancora gambe inguainate in un paio di calze nere , minigonna in jeans, cinturone nero, seno sorridente e rotondeggiante avvolto in una maglia attillata nera collo a lupetto, pelle rosa, e lunghe ciocche di capelli biondi raccolti in una splendida coda equina, labbra fini e serrate, occhiazzurri che mi scrutavano con aria sdegnata e giudicante.
-Hi Karin- blaterai frastornato.
La splendida biondona che era in silenzio stampa dall’incidente diplomatico delle alghe coreane, mi evitò con circospezione ed entrò nella toilette chiudendo la porta con un gesto secco.
La sfanculai a bassa voce.
Misi su un cd. Faith no more Digging the grave. Avevo bisogno di carica. Avevo bisogno di un sacco di cose.
Accesi il telefonino.
Cantai insieme a Mike Patton. Tre bustine sul display.
Casa. Matteo. Sally.
Sally?? Non conosco nessuna con quel nome.
Chiamai i miei. Mia madre mi tenette venti minuti di orologio chiedendomi lumi sul mio stile di vita, seguirono senza interruzioni richieste sull’abbandono del vizio del fumo, ammonimenti su un abbigliamento decoroso per affrontare lo stage, e grossi in bocca al lupo.
-Non farò quello stage mamma-dissi d’un fiato.
-Silenzio-
-Ti passo tuo babbo- La voce bassa e femminilmente remissiva scatenò in me un senso di colpa biblico.
La voce di mio padre era come sempre calda pacata. E triste.
Le sue parole lente e sagge sapevano dove colpire. Restai in silenzio ad ascoltarlo immaginando di possedere Karin sotto lo scrosciare della doccia. I suoi seni erano calici rovesciati e gocciolanti nei quali la mia lingua si insinuava liquida, mentre la stringevo per i fianchi compiacendomi dei suoi mugolii anglofoni.
-Io non posso impedirti nulla Alessandro. Mi fa male sentirti cosi in balia delle situazioni, è mio dovere cercare di farti ragionare. Non dare dispiaceri a tua madre. Affronta la realtà, è tempo di crescere-
La conversazione si chiuse tra sospiri delusi e preoccupati.
Matteo non rispose.
Premetti invia su la misteriosa Sally.
Squillava.
-Hello-.
Pausa.
Ehm..Ciao..Hello..I’m Alessandro..
Ciao Alessandro how’its going? Ti sei svegliato?
Accento californiano. Avevo imparato a riconoscerne le sfumature.
-Sally?-
Grandi risate, fresche e solari.
My name is Kelly! Tu molto ubriaco ieri you know?.
-I know.- aggiunsi quasi ingiustificatamente tronfio.
Seguì una brevissima conversazione nella quale appresi che Kelly era una studentessa 22enne del polimoda, nata a Santa Monica, parlava un ottimo italiano e si era molto divertita alla festa della notte appena passata. Fissai un aperitivo al Rex alle 20e30.
Chiamai in rapida successione Elettra, Tommy, Giulio. Nessuno fu in grado di darmi delucidazioni in merito alla californiana dalla voce stupenda.
Karin liberò finalmente la doccia.
Amici alcolizzati, pensai tra me e me facendomi accarezzare dalla calda pioggia che mi scorreva sulla pelle.
Mi sentivo bene. Mi sentivo deciso.
Sapevo che stavo evitando di scegliere. Ma farlo al caldo, inzuppato in una cartolina con il mare celeste, le palme e la sabbia bianchissima era decisamente meglio che rimanere dov’ero.
Avevo qualche risparmio. Il resto lo avrei trovato in qualche modo. Rimasi sotto l’acqua a lungo.
Ore 20:10.
-Destini e incroci non casuali si intrecceranno nella giornata odierna cari amici dell’acquario- l’astrologo di una radio locale mi ammoniva durante la scelta dei jeans per il mio appuntamento.
Operazione breve. Infilai gli unici quasi puliti, indossai il mio adorato giubbotto in pelle e andai alla scoperta della California.
Arrivai quasi puntuale. Non c’era molta gente dentro il locale.
Un tavolino di ragazzi sguaiati e fiorentini stava terminando le ultime portate dell’aperitivo. Cercai lineamenti femminili che potessero illuminarmi e farmi ricordare. Osservai due biondine sedute su due sgabelli alti. Nessun segnale. Andai oltre verso il cesso guardandomi intorno. Ordinai una birra scura. Dall’altra parte del bancone una ragazzina minuta, con lisci capelli nerissimi carnagione olivastra e labbra carnose agitava delicatamente la manina, e sorrideva divertita.
Fece il giro del bancone, svelta e aggraziata mi raggiunse e senza lasciarmi il tempo di sorprendermi mi mise le braccia sul collo stampandomi una bacio sulla bocca.
Aveva un paio di jeans chiari e sdruciti, una maglia bianca collo alto finissima che diventava velata su un seno tosto ma non eccessivo. Un cerchietto sul nasino piccolo e morbido arrotondava un viso spigoloso. Non era bellissima. Provai una scossa mentre le sue mani non smettevano di sfiorarmi mentre parlava. Una voce roca bassa suadente.
-Mi son mancati i tuoi baci- disse sfiorandomi il lobo col la sua lingua morbida.
Un gigantesco punto interrogativo campeggiò sulla mia testa.
Dovevo smettere di bere così tanto. Mi ricordai di quel programma televisivo in cui parlavano di casi di trentenni colpiti da alzeimher.
L’alcool della notte precedente aveva offuscato la mia memoria ma evidentemente non il mio testosterone. Feci un’ imponente sorsata di birra. Andai al gabinetto.
Non mi ci volle molto per capire che Kelly non era la solita americanina stupida che capitava di rimorchiarsi a Firenze. Parlammo di tutto. Per ore. Senza pause e silenzi. Mi raccontò che l’avevo conquistata fissandola insistentemente mentre ballava per tutta la serata. Si era seduta vicino a me e non avevamo smesso di baciarci fino a che lei non era andata a prendere due cuba libre. Al suo ritorno ero evaporato.
Non seppe mai la reale versione dei fatti. La fissità del mio sguardo era rivolta verso una luce verde fluorescente della discoteca che mi ipnotizzava tenendomi apparentemente sveglio L’avevo piantata lì da sola non per fare il figo misterioso, ma per evitare di vomitarle in faccia il mix di gin e ron che mi arrotolava le cellule cerebrali. Riversai la mia anima nel cesso del locale fino alla chiusura.
-Ma davvero te ne vai via?- disse sfiorandosi le labbra ogni volta che il ghiaccio del suo cocktail ne entrava in contatto.
Morbidezza ed elettricità in un frullatore. La guardai rincoglionito.
Kelly era di padre newyorkese e mamma non si sa. Si manteneva insegnando in una piccola scuola di fotografia in centro e cantando nei locali e nelle ville per feste e ricevimenti.
Conosceva tante cose della Sardegna senza esserci mai stata. Suo padre ci aveva vissuto per un po’.
-Per lavoro?-
-Preferirei non parlarne ti dispiace?- La sua voce diventò come il cubetto di ghiaccio che galleggiava nel suo drink.
Lo buttò giù e ne ordinò un altro immediatamente.
Osservai la sua pelle ambrata, gli zigomi alti e l’espressione fiera. Aveva gli occhi scuri come le bacche del mirto e qualcosa di familiare nelle movenze. Qualunque fosse stato il motivo del soggiorno isolano del padre, sicuramente non era rimasto indifferente al fascino austero delle donne sarde.
Beveva come una spugna ed era fuori come un terrazzo. La lancetta del grande orologio bianco che sovrastava il bancone fece diversi giri prima che prosciugammo bicchieri e portafogli, zigzagando maldestramente tra i tavoli ormai vuoti per raggiungere la cassa.
Uscimmo dal locale. Aria. Vie silenti e umidità tagliente.
Le nostre bocche non si staccarono per un solo secondo, sorreggendoci l’un contro l’altra in una piazza Santa croce deserta. Sentivo il suo bacino morbido sbattere contro il mio percorrendo via de’ macci. Si liberò dalla stretta sui suoi fianchi. Fece un gran respiro. Ferma in mezzo alla strada iniziò a cantare a pieni polmoni.
-Oh lord dont’you buy me a mercedes benz. .......(cercare testo)
Ero negli anni 70. Chiusi gli occhi. La sua voce ruvida e piena faceva venire i brividi. Li riaprii per vedere Janis Joplin dai capelli neri come corvi che picchiavano ai vetri delle finestre affacciate nella via stretta e buia.
-Allora? Icchè si fa qui? Vi tiro i’piscio in capo dio bono!-
Una voce altrettanto roca ma meno melodiosa interruppe la blues session estemporanea..
Corremmo per tutta la via. Le nostre risate sguaiate eccheggiarono sulla città dormiente.
Kelly si fermò improvvisamente. Si appoggiò ad un portone. E rimase lì con la schiena leggermente inarcata. Mi guardò recuperando fiato.
Ero eccitatissimo. Scattai come un ghepardo ansimante sulla gazzella ormai preda.
Un ghepardo dai riflessi offuscati. La gazzella aprì rapida il portone e balzò su due rampe di scale. Evitai per un pelo una tragicomica portonata sul viso, salii i gradini a quaterne, la raggiunsi sull’uscio.
Sentivo i suoi seni gonfi sulle dita mentre dava sapienti giri di chiave nella toppa. Mi intimò il silenzio posandomi un dito salato come il mare sulla mia bocca impaziente.
Sesso. Sesso felice e allegro. Baciai senza sosta il suo viso di spigoli irregolari, liberai il suo corpo pieno e sinuoso, dai vestiti ormai troppo stretti.
Mi placai solo sentendo la sua pelle calda e tremante sulla mia.
Restammo diversi minuti ad ascoltare i nostri respiri sopra le lenzuola madide di sudore, svuotati e riempiti all’unisono.
Nelle mie narici infilate tra i suoi capelli arrivò un dolce e irresistibile profumo di mistero.

1 Comments:
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