Lasciatemi solo
-Il segreto di stato era stato apposto irregolarmente- disse riportandomi dentro il maledetto elicottero.
Tirò fuori dalla borsa una serie interminabile di fogli e appunti.
-Ale abbiamo appena iniziato e gìà le stranezze in questa vicenda non si contano.-
-Hai…, appena iniziato-
Si pulì il viso dalla salsa che condiva la carne bollita, e gettò il tovagliolo con stizza.
-Tra sette giorni parto per Capoverde- aggiunsi fiero.
Da quel momento in poi parlò solo lui. Mi raccontò che un magistrato della procura di Cagliari era riuscito a forzare l’opposizione governativa, poiché la procedura seguita non era stata quella corretta.
Nulla avrebbe mai potuto giustificare la classificazione della disgrazia come “incidente” e sottoporre la vicenda alle norme per la tutela del segreto di Stato.
Ma nei giorni che portarono all’annullamento della prima archiviazione erano spariti molti documenti importanti.
-Qualcuno tentò di bloccare il caso dell’elicottero Condor 177 fin dall’inizio.- sentenziò gustandosi una marlboro a pancia piena.
Era riuscito a ottenere un nome. Tano Giacomazzi. Conoscevamo suo figlio Moreno da quando eravamo bambini. Nessuno, da piccoli, sapeva che lavoro facesse il padre.
-No mio babbo non c’è è imbarcato- era la frase che Moreno ripeteva un po’ a tutti, nascondendo la tristezza nel suo viso.
Tano stava lontano dalla famiglia per mesi. Poi, improvvisamente ricompariva ad Oristano. La sua passione era insegnare ai ragazzi a gocare a calcio. Era un uomo affettuoso e un allenatore perfetto per chi come noi tirava i primi calci al pallone.
Nessuno di noi due avrebbe mai immaginato che il nome di quell’uomo sarebbe saltato fuori in una circostanza simile.
Ne scoprimmo finalmente la professione.
-Tano Giacomazzi e’ stato un’uomo di punta dei servizi segreti-
Finsi indifferenza e lo guardai con aria interrogativa. Matteo lo conosceva meglio di me. Era particolarmente legato a lui ed era sempre stato il suo pupillo. Era il bomber della squadra ed uno dei pochi con cui Tano si fermava a parlare dopo l’allenamento.
-Tra tre giorni prenderemo un caffè insieme a Livorno. Sta per tornare da Capoverde-
Peccato Matteo, l’avrei potuto incontrare io e rendermi utile…
Mi tornarono in mente i suoi tarocchi sulla testa, i consigli bonari, le bestemmie che quell’uomo grosso e muscoloso dispensava nei pochi mesi che passava sulla terraferma.
-Ma cosa centra Tano in tutta questa vicenda?-
-E’ quello che cercherò di capire-
Ma vai a cagare illuso.
-Diverse tesi, espresse da varie fonti giudicate attendibili accostano ripetutamente il nome di Tano Giacomazzi a quanto accadde quella maledetta sera di marzo in cui l’elicottero si schiantò nella rada di Capo Ferrato-
-Fonti…tesi…Teo tu mi vuoi coglionare con i tuoi pensieri…
-Io sto solo raccogliendo informazioni. Niente di più. Tu fai come credi-
Voleva incastrarmi. Tenermi bloccato. Tarparmi le ali e non farmi fuggire. Lo guardai con aria di sfida mentre tirava fuori altre carte sottolineate ed evidenziate con cura.
-C’è un sacco di lavoro da fare Ale. Molti testimoni che raccontarono di aver visto la nave mesi prima non furono mai ascoltati. E anche i resoconti di chi lo schianto dell’elicottero lo vide davvero, furono sottovalutati-
Cosa voleva fare?
-Bisogna riannodare i fili. Ascoltare. Ricomporre un puzzle. Trovare i pezzi.-
Divorai una sigaretta. Cosa voleva da me?
-Ho bisogno del tuo aiuto Ale-
E no bastardo. Tu vuoi fare l’eroe. Il giornalista d’assalto. Curiosare nel buco per trovare il tarlo. Tu. Io no.
-Ma dove pensi di arrivare? Non sei neanche un giornalista tu!- dissi sprezzante mentre osservavo la punta di cenere, generata sulla sigaretta, dalle mie nervose boccate.
-Io non sono nessuno. E forse sarà la mia forza. La nostra forza-
Maledetto testardo. Conosceva gli effetti del suo carisma su di me. Sapeva che aveva bisogno della mia lucida follia per far funzionare la sua instabile razionalità.
Ma stavolta non ci sarebbe stato verso. Non vedevo di l’ora di salire su quell’aereo per Capoverde e lasciarmi tutto alle spalle. Anche lui e le sue megalomanie utopiche.
-E’ chiaro che questa storia puzza dall’inizio alla fine- dissi mettendogli una mano sulla spalla. Ma murigande, sa merda fragasa de prusu. Chiama Tano e digli che ci incontriamo a Capoverde… Ah ah ah..- la mia risata rauca lo fece alzare di scatto dalla panchina.
-Teo aspetta-
-Che vuoi?-
-Dammi retta. Sta diventando una fissazione la tua. Lascia perdere.- Stai più vicino a Sara. Ha voluto parlarmi di te l’altra sera. Stai rischiando di perderla.
-Perderla?-
-Ti auguro di trovarla una donna che ti ami così. Ciao Ale. Stammi bene-
-Si…Ci sentiamo domani?-
Non rispose. Si allontanò a passi rapidi e regolari. Ne seguii il tragitto con gli occhi. Aspettai che si girasse. Un suo cenno. Un suo sorriso. Niente. Tirò dritto confondendosi tra le miriadi di teste che puntinavano Pontevecchio.
Egoista. Cocciuto. Arrogante. Ma cosa pretendi da me? Lasciami scappare.
Un caffè macchiato, e il nervosismo dovuto alla lite con Matteo ebbero un improvviso e inopportuno effetto lassativo. Sentivo il lampredotto smuovere il mio stomaco. Intestino animale e umano, si mischiarono pericolosamente nel mio ventre. Aumentai la velocità del passo. Mi trovavo a quindici minuti dal cesso di casa mia. Troppo lontano. Camminavo che avrei potuto tenere un foglio di cartavelina tra le chiappe. Mi fermai, implorando contegno e supporto da tutti i muscoli.
Via dei Calzaiuoli. La faccio qui. Tra lo sterco dei cavalli e la cacca dei piccioni.
Superai le carrozze che dal duomo portavano i turisti in giro per la città. Contrazioni addominali. Un bar. Quelli con il bancone di marmo i camerieri in papillon e giacchetta e il caffè da quattro euro al tavolino. Ordino un ristretto.
-Scusi c’è un bagno?-
Scesi giù per una scala buia. Libero.
Mi liberai.
Mi tirai su i pantaloni, di nuovo larghi.
Osservai, con l’orgoglio compiaciuto dell’artista davanti alla sua opera, ciò che con tanta naturalezza avevo prodotto. Pigiai il tasto dello sciacquone. A vuoto. Ripigiai energicamente. Niente. Non funzionava. Lo stronzo nuotava felice e non ne voleva sapere di inabissarsi.
Aria irrespirabile. Zona da evacuare. Immediatamente. Nessuno avrebbe mai conosciuto il volto dell’inquinatore atmosferico di bagni pubblici.
Il cagatore rimarrà mascherato.
Ma Qualcuno bussò alla porta. Una volta. Un’altra.
Non rispondo. Ora penserà che è guasto. Andrà nel bagno del personale. Qui a fianco.
Passarono tre minuti.
L’intruso,tentò di aprire, forzando la maniglia.
Cristo. Vattene via. Altri due minuti di silenzio e non sarò io il responsabile di questo fetore imbarazzante.
Passò un minuto.
Ma la sfiga ha dieci decimi di vista.
Il mio telefono squillò come un allarme impazzito.
Merda… Era quasi fatta.
-C’è qualcuno? Si sente male?-
Merda appunto. Ormai è fatta.
Cercai il cellulare tra le tasche dei jeans, tra quelle laterali del giubbotto, lo estraetti tra le chiavi e i fazzoletti, e prima di affossare con foga il tasto di spegnimento, riuscii a leggere il display luminoso:
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