La decisione giusta
-Ciao bellino che fai?-
L’accento maremmano di Elettra interruppe il mio litigio con Yoko.
-Ciao Ele, nulla.. stavo combattendo con la coreana, mi ha riempito la casa di alghe essiccate e sto svenendo dal fetore…-
Risate e colpi di tosse.
-Stasera c’è una festa alla stazione Leopolda si va?-
-Ottimo. Raggiungici al Pub poi andiamo tutti insieme-
-A più tardi, e portami un’alga tesoro, ti prego…
-Click.-
La puzza micidiale delle alghe, non mi permise di avere nessuna pietà verso le tradizioni orientali.
Yoko, senza battere ciglio, comiciò a ritirare le maledette piante acquatiche, che aveva steso nello stendino in cucina.
Invano, mi spiegò che se le era fatte spedire fresche appositamente dalla Corea, che erano un piatto prelibatissimo, che l’odore sarebbe scomparso nel giro di un’ora.
Non riuscì a intenerirmi.
Come un aguzzino nazista la osservai, mentre con cura orientale le adagiava, una per una, dentro un sacchetto della spazzatura.
In quel momento entrò Karin.
Contai fino a due e mezzo, ma la stridula voce della biondona mi precedette.
-Oh my god..What a smell! What the fuck in that!
-Hi Karin. Yoko stava appunto catturando delle alghe aliene che hanno invaso la cucina, ma ora è tutto sotto controllo. Vero Yoko?-
La coreana annuì con la testa sorridendo.
Karin entrò nella sua stanza sbattendo la porta rabbiosamente.
Yoko rise, mettendosi una mano sulle labbra.
Le due ragazze, in quel periodo, rappresentavano un buon investimento economico per me. Abitavo da 4 anni in quella casa, nel quartiere di Santo Spirito. La zona più popolare e caratteristica di Firenze.
Il quartiere delle botteghe, degli artigiani, degli artisti e degli studenti, degli ubriachi e dei pazzi, dei falliti e dei figli di papà.
Un piccolo microcosmo, nel quale più o meno tutti, si conoscevano.
Una riserva indiana, nella fredda città toscana
Avevo preso il contratto di locazione della casa dopo che Pippo, mio ex coinquilino siciliano, l’aveva lasciata per tornare nella sua isola. Subaffittavo solo a straniere strapiene di soldi, che svernavano in Italia per fingere di imparare a disegnare abiti, nelle numerose e costosissime scuole di moda del capoluogo toscano.
I loro affitti salatissimi, rappresentavano una voce che incideva molto positivamente sul mio bilancio da neolaureato.
Cercai di non pensare all’odore insopportabile, che ormai aveva invaso tutto l’appartamento.
Accesi scaldabagno e televisore.
Aspettavo Tommy per cena.
Mtv mandava la solita musica del cazzo.
Karin ascoltava la solita musica del cazzo.
Entrai in doccia, canticchiando le note di Britney Spears che provenivano dalla sua stanza.
Poi mi stesi sul letto, e i pensieri sul mio futuro ritornarono a intristirmi. Erano passati quasi 5 mesi dalla mia laurea. Pensavo di frequente in quel periodo. Volevo trovare la forza di fuggire.
Il citofono gracchiò. Era Tommy.
Tommaso Chieffi, entrò col suo solito sorriso da piglianculo fiorentino, mentre mi infilavo un paio di jeans chiari e una maglia maniche lunghe scura.
-Fai come se fossi a casa tua Tommy- gli urlai dalla mia stanza
Mi piaceva accogliere i miei ospiti con la loro musica preferita. La voce ubriaca di Tom Waits, accompagnò i suoi passi ciondolanti.
La prima strofa della canzone non fu completata, che due voci si unirono, quasi annullandosi, in un controcanto all’unisono:
A)–Dio Bono, ma che hai mangiato coccodrilli putrefatti stamane?- la voce baritonale di Tommy, si spanse lungo il corridoio che portava alla cucina.
B) –Puoi abbassare musica, per favore?-arrivò, come una bacchettata su dita infreddolite, l’urletto stizzito di Karin che si truccava chiusa in bagno, ormai da tre quarti d’ora.
Uscii dalla mia stanza, non riuscendo a trattenere un sorriso, e misi l’acqua sul fuoco.
-Ma come diavolo fai a sopportarla?- disse Tommy mentre i suoi occhi azzurri si illuminarono, nel vedere che il menù prevedeva pasta alla bottarga.
-Non lo so Tommy..-dissi abbassando musica e voce. –Sai, quando sta zitta è talmente gnocca, che è stupendo averla in casa-
-Mah sarà…tanto sai come la penso.-
La teoria tommasiana era che, questa stupenda 22enne californiana ricca viziata acida biondaocchiazzurri 170cm e gambe chilometriche, potesse trovare la pace dei sensi in casa, e non aspettava altro che io contribuissi a garantirgliela. Teoria banale che mi lusingava e ovviamente mi intrigava.
- Che vuoi di più? Musica che ti garba e bottarga- gli dissi ammiccando
-Il minimo, caro il mio fratello isolano! Ma insomma dov’è il cadavere? c’è una puzza che non si sta qui-
Spiegai cosa era successo. Yoko diventò rapidamente la nuova eroina di Tommy per gli anni a venire.
Mangiammo in camera mia, sorseggiando un Ornellaia che accarezzava i sensi, e ci fece dimenticare l’odore delle alghe.
Tirai fuori il servizio delle grandi occasioni. Stupendi bicchieri balloon da degustazione, rubati tre anni prima non so da chi, non so in quale enoteca del centro.
Tommy inclinò più volte il bicchiere con fare da grande intenditore.
Ricco sfondato, figlio di uno dei dentisti più famosi di tutta la Toscana, finto studente di architettura, umile d’animo, matto come un cavallo e vero amico.
Tentai di affibbiargli un etto dei chili di paranoie, che avevo in quel periodo randagio.
-Non so che diavolo fare ora. Voglio dire. Non ho più l’alibi dello studente. Non ho una lira. Non ho voglia di fare la pratica legale- dissi mandando giù una forchettata di spaghetti oleosi e profumati di oro di muggine.
Parlavo con la bocca piena. Volevo sfogarmi.
-I miei mi stanno ossessionando, dicono che son già passati troppi mesi, che la pacchia è finita e devo darmi da fare. Io ho solo una cosa in testa, decidere se partire o no, convincere Matteo a farlo con me. Levarmi di culo insomma-
-Hai visto-, disse Tommy con la professionalità di un enologo consumato, -il rosso sincero lascia 4 archi sulle pareti del bicchiere-
Noncurante delle mie pippe mentali, ascoltò solo l’ultima frase sul progetto del mio viaggio..
Il racconto del suo soggiorno di 6 mesi a Capoverde fu talmente bello e coinvolgente, che avrei voluto mandarlo via di casa. Sapeva che per me era una fissazione, e forse ci provava gusto a farmela desiderare ancora di più. Assaporava la vita in ogni modo, aveva il sedere parato e imbottito certo, ma guardarlo negli occhi, ascoltare i suoi racconti in giro per il mondo mi dava una carica e una leggerezza, che io spesso perdevo per strada.
-Parti domani mattina e non pensare, cristo Ale non ti riconosco più, prima andavi dappertutto con due lire, che succede ora?-
-Ma che ne so. Avrei dovuto farlo prima. E’ incredibile raggiungi quel maledetto pezzo di carta e sei un Re. La mattina dopo sei disoccupato. Ti fai il tuo viaggietto, galleggi nel tuo cazzeggio, eviti il master da sfigato e poi sei dove sono io..-
-Vo a pisciare non ti si può sentire. Ieri Matteo, oggi tu.. ragazzi rilassatevi. Oh grulli!- mi urlò in faccia ridendo, e avviandosi al bagno con la sua tipica andatura dinoccolata.
Ammazzai il fondo della bottiglia del vino e pensai che Tommy aveva ragione. Fanculo a tutto. Io sarei andato a Capoverde. Il sorriso rimase stampato su mio viso all’idea che non ne sarei più tornato.
-Si va a giro sardaccio?-irruppe Tommy
Camminavamo lenti, tra urletti e stacchettii di pariglie di americanine in minigonne inguinali e canottierine. Era una serata splendida. Casino in giro. Flusso di gente orientato verso i locali del centro.
Solito pub e solita gente.
Salutammo gli altri, e ci sedemmo tra loro con due pinte scure.
La colonna sonora di Trainspotting, accompagnava improbabili discorsi seriosi dei nostri amici, sull’esistenza di Dio.
Scoprii dopo anni, che la mia amica Elettra, visino angelico e sarcasmo diabolico, era una fervente cattolica.
Io no. Spesso mi capitava di non credere abbastanza in me, e di conseguenza, dover credere in qualcos’altro mi sembrava impossibile e assurdo.
L’omelia di Giulio, improvvisatosi cardinale per l’occasione, fortunatamente si concluse alla terza birra.
Il locale era pieno. Tommaso decantava la mia cucina, Elettra mi chiese una lozione alle alghe per la cellulite, io cercavo sguardi complici da una ragazza mora che parlava con le amiche vicino all’ingresso.
Entrò Matteo. Senza Sara. Scuro in volto.
Si sedette affianco a Giulio e iniziarono a parlottare a bassa voce tra loro.
Il mio sguardo fu rapito dagli stivali di Chiara. Era troppo bella per Giulio. E Giulio era troppo intelligente per lei.
Alti al ginocchio, aderivano morbidamente ai suoi polpacci mentre la punta si inclinava leggermente sul pavimento. Parlava animatamente con fare vezzoso con Leanne.
Leanne, la nostra amica australiana che gestiva il pub. Nostra signora della pinta. Era venuta a Firenze dieci anni fa, una ragazza dal sorriso luminoso lentiggini e pelle bianchissima. Da cameriera ci aveva servito birre per quantità imprecisate di litri, ed ora aveva preso in gestione il locale. Considerando le Guinness da me ingurgitate, almeno due o tre pezzi dell’arredamento del pub mi appartenevano di diritto.
Mi era sempre piaciuta. Io non ero mai piaciuto a John il suo marito belga alto e biondo, e molto,molto, grosso.
Matteo trascinò la sua birra, e si sedette tra e me e un grasso sedere statunitense, coscritto a malapena in un jeans con delle scritte, diventate cubitali su quelle chiappe enormi.
Mi disse che aveva litigato con Sara, che doveva parlarmi e che Giulio da quel momento in poi ,sarebbe dovuto rimanere fuori da certi nostri discorsi.
Nessuna tristezza o preoccupazione nel suo viso. Era serio ma entusiasta. Era sobrio. Parlava sciolto e fluido.
Lo ascoltai per altre due pinte senza mai interromperlo.
Nell’affollammento del posto, nel casino della musica ad alto voltaggio, e nell’avanzare rapido del mio tasso alcoolico, mi confidò di aver trovato finalmente la decisione giusta.
Si sarebbe dedicato anima e corpo alla vicenda dello schianto dell’elicottero. Aveva già cominciato a raccogliere un suo dossier personale, mi parlò di un certo Tano Giacomazzi di Oristano che avrebbe presto intervistato. Disse che dovevamo andare fino in fondo in quella storia, e che era necessario tornare in Sardegna per un pò di tempo. Sara avrebbe capito più avanti. Mi chiese di seguirlo, avremmo avuto l’occasione per sfidare la realtà, cercare la verità e trovare noi stessi.
Allo scemare del suo delirio, poggiai con forza il bicchiere vuoto sul tavolo di legno scuro. Il rumore secco interruppe le sue parole enfatiche.
-Io andrò a Capoverde. -Da solo- dissi, sciogliendo per un attimo la lingua appallata dall’effetto della birra sul palato.
Mi guardò senza dire nulla. Non c’era sorpresa nei suoi occhi.
Il basso incalzante di Enter Sandman dei Metallica fece muovere teste e mani scoordinate dentro il pub, e agitò stomaci pronti ad accogliere altri fiumi di birra.
Passai al Pampero Aniversario. Liscio corposo e rassicurante. Lo elessi drink del mese. Scendeva bene e saliva gradualmente nel cervello.
Andammo tutti alla festa, uniti, ubriachi, e senza pensieri.
Il posto era stupendo. Ambiente variegato. Queste feste alternativi e fighetti amalgamandoli nel ballo, nelle chiacchere, nelle sbronze. D’altronde non erano poi così diversi tra loro.
Al centro della sala c’era il banco bar. Lasciandomi trasportare dalla spinta della massa lo raggiunsi facilmente divincolandomi tra corpi sudati, mani sulle spalle e sederi struscianti.
-Hola Ale..che ti faccio?-
Conoscevo più della metà dei baristi e delle bariste di Firenze
Quando di dice l’esperienza…
-Fai tu…Ricordati che siamo amici…-
Se lo ricordò eccome…
Alcuni suoi Gin con pochissimo lemon, mi staccarono la corrente dal cervello quasi subito.
Si sarebbe riaccesa la mattina di un giorno completamente nuovo.

3 Comments:
se aspettavo che me lo spedissi...
è addirittura arrivata prima manu di te, il che è gran dire!!!
Devo ancora leggere, ti ho appena scoperto e, attento (!!!) adesso ti tengo d'occhio!
un bacio
silvia
io direi concentrarsi sulla storia, troppi lasciti a vicende che dovrebbero essere marginali. comunque bravo.
massimo
Fai proprio bene a scrivere! E' l'unica cosa che sai fare!
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