Friday, October 27, 2006

In punto di morte

IN PUNTO DI MORTE



Mi crogiolavo nei miei pensieri osservando vecchie fotografie dei miei amici, frammenti di vita, pellicole stinte e ingiallite portatrici sane di ricordi per me sempre vivi. Adoravo lasciarmi accarezzare dal tepore del passato. Restare assorto e riviverlo. Tenere premuto il tasto “pause” per dilatare e sospendere. Diluire. Assumere lentamente una droga fatta di situazioni vissute. Una droga gratuita di cui ero il mio unico e personalissimo pusher di fiducia.
La canna del ritorno dall’ufficio, ovattava il mio silenzioso onanismo emozionale.

-Ale…….Ale……Ehi Ale il tuo telefono suona da 5 minuti. rispondi!-

La voce decisa di Silvia mi catapulta improvvisamente via dai miei ricordi, e come fin ora era sempre stato da quando è entrata nella mia vita, mi riporta alla realtà molto velocemente.
-Ora rispondo rilassati-
Numero privato.
Esito qualche secondo.
-Pronto-
-Sono Matteo-
-Caspita Teo! Che sorpresa! Ho tra le mani una nostra foto di dieci anni fa. Ti ricordi quando…-
-Ale dobbiamo vederci-mi interrompe subito con voce scura.
-Ma che hai..che è successo?..ehi-
-Prendi il primo aereo domani, ti aspetto in Sardegna ti chiamerò per dirti dove.
Matteo parla piano ma non lascia spazio a repliche.
- Non chiedermi altro. Non chiamare Sara, lei non sa nulla.
-Ma perché? che succede Matteo? Matteo..oh?

tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu tu tu tu tu……….

Rimango immobile con il telefonino in mano, occhi sbarrati e un senso di vuoto.
-Ehi tesoro eri con Dio al telefonino? Me lo passi che devo dirgli qualcosa pure io?. Ale ci sei?... Cos’hai?-
Silvia mi ruba lo spinello, fa un tiro e lo accartoccia nel posacenere di vetro sul tavolino del soggiorno.
Mi sfila la cravatta ascoltandone il fruscio mentre abbandona il colletto della camicia. Mi guarda curiosa.
-Niente…è tutto ok.-
-Mah…Dai muoviti che è pronto-
-Arrivo.-
Scappo in bagno. Conosco il mio amico da 24 anni. E’ successo qualcosa di veramente strano.
Qualcosa di grave… Non ho idea di cosa possa essere.
Non è vero un’idea c’è l’ho. Qualcosa sta ritornando dal passato.
Sono bianco in volto.
Il tono di voce di Matteo era stato molto più chiaro delle sue parole prive di motivazioni per il viaggio che domani farò.
Mi do una lavata al viso.
Devo cercare di non preoccupare Silvia, ricordo le regole e da oggi più che mai andranno rispettate. Prendo un gran respiro, chiudo il rubinetto apro la porta e sono quello di prima.
O quasi.
-Dai Ale che si fredda. Danno The Doors alla tele. Il tuo film preferito giusto?-
-Ah bene… Passami il sale per favore-
Consumo la cena in fretta, fingo interesse e partecipazione per quello che realmente è un film che adoro, e che proprio per questo ho già visto quarantacinque volte.
L’entusiasmo e l’allegria di Silvia, che insieme al suo sedere a mandolino mi avevano fatto innamorare 2 mesi fa, ora mi irritano e mi rendono nervoso.
Poca fame. Poche parole. Molti pensieri.

….This is the end..my only friend the end…....The blue bus is calling us..
Silvia canticchia rapita e felice sfiorandomi le mani.
Si caro Jim qualcuno ci sta chiamando. Non è un blue bus psichedelico. Non siamo nel deserto. Vorrei un peyote ora Jim.
-Come siamo seri…hai visto che culotte fantastiche mi son comprata?-sussurra lei sfiorandomi il lobo con le sue labbra calde.
-Si carine-
Pasto veloce. Divano bianco. Io e Silvia. Accucciati. Vicini, ma lontanissimi.
Le sue dita cominciano a insinuarsi come serpenti maliziosi sulle mie cosce, seguono con i polpastrelli le cuciture dei pantaloni, percorrono la cintura, risalgono la camicia lasciando sul loro cammino bottoni aperti e brividi di pelle tesa.
E’ un esile folletto dai capelli ricci e corvini, occhi leggermente a mandorla e bocca regolare. Sensualità filiforme, ingenua e spontanea, per la quale ho momentaneamente perso la testa.
La mia testa ora è sul collo. Il mio cervello sul comodino.
-Domani devo andare a Milano-
-Milano? –
-Abbiamo la committenza di un congresso e va pianificato subito-
-Uffi..ma mi avevi promesso che andav…
-Domani vado a Milano. Stop. -
-Mamma mia che nervosismo…non è che sta bussando qualche gallinella a questa porta- dice con voce da bimba sfiorandomi sul petto.- Non hai messo il cartellino occupato..?-
Comincia a fare la gattina. Tutte le donne sanno diventare feline, ma ad alcune crescono anche le vibrisse e gli artigli. Silvia era una di queste.

Facemmo sesso tutta la notte.
Non so come ci riuscii. L’ansia mi attanagliava. Ma era il miglior modo per non pensare, per scappare dalle mie sensazioni, per non parlare e confidarmi, per non farle sapere niente, per non preoccuparla. Proprio per questo cominciavo a pensare di amarla.

Il suono acido della sveglia spegne le mie misere ore di sonno.
Allungo il braccio e spengo l’allarme con le palpebre e le labbra incollate.
Sono in coma. Ho un sonno bastardo. L’ansia mi scuote il cervello come una scossa, come una caduta nel vuoto. Apro gli occhi e son dentro ieri. Ma devo affrontare oggi.
Silvia dorme. Meglio così.
Il mio tipico malumore post-risveglio tocca livelli mai raggiunti. Una sua mano tenta di fermare inutilmente il mio scatto verso le pantofole. Attraverso l’andito con il telo in mano.
Accendo la radio nel bagno.
…and all the children are insane…
Ancora i doors. Ancora The end.
Come una colonna sonora. Ancora Jim Morrison si sveglia con me ed accompagna le gocce d’acqua che scrosciano sul mio corpo, sul mio cervello, sui miei cattivi pensieri. Ma non li lavano via.
Costruisco un’ipotetica valigia da viaggio di lavoro. Annodo la cravatta. Annodo le mie parole in gola. Annodo un bacio alla donna che stanotte, durante i miei sogni agitati forse è entrata nel mio mondo, ma che ora al mattino non può ricordare nulla.
Sono davanti a un cappuccino fumante nel solito bar sotto casa.
-Una mezza naturale, grazie.-
-L’hai presa grossa ieri notte?-bofonchia Niccolò il barista che da anni fa iniziare bene ogni mia giornata.
Sorrido. Pago e mi dileguo tra avvocati, commesse, muratori e studenti, che affollano il banco del bar, in attesa della loro colazione.
Prendo un taxi.
-All’aereoporto grazie-
Io non ho paura. I vigliacchi non hanno paura. Fuggono prima di averla. Io sto andando a farmi venire paura.
Da tanto non beccavo un’hostess così bella. Una stangona bionda con due perle di smeraldo al posto degli occhi. Mi sorride. Lo fa con tutti è la prassi, ma il mio umore ne beneficia ugualmente.
Sguaino i giornali di gossip accuratamente nascosti dentro il Corriere della sera. Un volo in compagnia delle tette al vento dell’ultima velina è quello che ci vuole per arrivare in Sardegna.
Mancano trenta minuti all’atterraggio, mentre l’hostess mi serve un bicchiere d’acqua con la stessa accortezza che ci vorrebbe per un flute di Dom Perignon. Ha le mani ossute e unghie ben curate.
Riesco ad assopirmi nonostante l’alito fetido dell’anziano conterraneo, che lotta tutto il viaggio con il mio gomito, per il possesso del bracciolo della poltrona. La lotta estenuante finirà in pareggio.
-Benvenuti a Cagliari- Air-Sardinia vi ringrazia e si augura di ospitarvi a bordo…
Vaffanculo, siete gli unici che fate questa rotta e mi ringraziate pure di avervi scelto.
Scendo la scaletta e sniffo a pieni polmoni l’aria salata dell’isola.
Un sole pallido ma caldo, e la parlata strascicata mi trascinano nella mia terra e nel motivo del mio ritorno.
Fa caldo. Sono le 10 del mattino di un martedì di metà aprile e fa già un caldo boia.
C’è un discreto via vai di gente all’aereoporto di Cagliari. Molte giacche e cravatte, qualche longette e tacchi. E poi loro, gli studenti pezzenti.
Mi soffermo a guardarne uno che fa la fila per un panino. Ha tre valigie più grandi di lui,la barba lunga, i jeans sfatti. Inevitabilmente ricordo i miei ritorni, i miei pellegrinaggi universitari, i miei sogni.

-Ferrari! Alessandro Ferrari!-

Chi caz….

Una voce non del tutto sconosciuta mi fa girare di scatto, e fa scoppiare come una bolla i miei pensieri.
La dura legge degli aeroporti e delle stazioni. Qualcuno che non vuoi incontrare, alla fine lo incontri sempre.
Claudio Chiarelli, L’avvocato Claudio Chiarelli, vecchia conoscenza universitaria, mi guarda con occhi di finto stupore e malcelata superiorità.
Ascolto, annuendo a intervalli regolari, il pavoneggiante racconto degli ultimi dieci anni della sua vita, e mentre lo guardo impettito nel suo abito antracite, e impiccato in un nodo della cravatta più grande del suo cervello, noto che ha la braghetta aperta come quando lo conobbi all’appello di diritto privato, quindici anni anni prima.
Era diventato quello che sognava di essere. Un pezzo grosso. Un servile e preciso delfino di uno dei più potenti e influenti avvocati di Roma.
-E tu? come gira la vita amico mio- chiede squadrandomi da testa a piedi.
Alla parola amico, ho un piccolo rigurgito e rischio di sputare il nero del mio caffè sulla sua camicia immacolata.
-Non c’è male- dico, mentre pago i caffè e faccio per congedarlo.
Evita il mio tentativo svicolante, mettendomi fastidiosamente una mano sulla spalla. I miei nervi si tendono. Non ci siamo mai piaciuti. Non ci piaceremo proprio ora.
-Ehi e quel matto del tuo amico? Che fine ha fatto? Come che si chiamava?-
Matteo preciso io con voce metallica, alla sua finta dimenticanza.
-…Rassu…si Matteo Rassu, ma è vero che fa l’antiquario?? Incredibile uno come lui…mi piacerebbe rivedere anche lui. Perché non organizziamo una piccola rimpatriata?-
Sento i tendini pulsare.
-Porca miseria è tardissimo! Caro Claudio ti devo salutare. E’ sempre un piacere vedere che qualcuno emerge in questo paese di mediocri- Mi tende la mano, quasi impacciato dalla mia fretta ma visibilmente appagato dalla finta sviolinata.
Prendo la mia borsa e lo lascio lì.
-Allora a presto, Ferrari-
-Alzo una mano mentre gli volto le spalle incamminandomi. Poi mi fermo un secondo. Mi giro verso di lui: -Chiarè, stammi bene e… chiuditi la gabbia!-

Scendo dal taxi e cammino in una Cagliari intorpidita da un sole che ora si è fatto più intenso. L’odore del porto che assaporo fuori dalla stazione, si mischia alla tipica sensazione di salsedine appicicaticcia sulla pelle.
Guardo il traffico di macchine diviso in due dai filari di palme di Via Roma, a cui le bianche torri del palazzo del municipio regalano signorilità ed eleganza.
Cagliari per me è sempre stata comandante della nave e marinaio.
Devo chiamare Matteo.
Ho solo 1 euro. Conoscendo la capacità di sintesi del mio amico dovrebbero bastare.
Squilla.
-Si pronto-
-Matteo-
-Ale-
Silenzio.
-Matteo ho solo un euro in monete, dove ci vediamo-?
-Ah ah, sei sempre tirchio in ogni circostanza vecchio mio-
La sua risata calma mi rasserena, ma il suo tono si fa nuovamente serio e preciso.
-Prendi il primo treno per Oristano. Dovrebbe essercene uno tra dieci minuti, recupera una macchina e ci vediamo al mare, solito posto alle 14e30. Son stato chiaro?-
-Cristallino…figlio di puttana. Come diavolo la becco una macchina-incalzo di rimando-
tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu…..
Mi metto in coda per il biglietto.
E se fosse uno scherzo? E se sto girando un film di serie c nel mio cervello iperstressato dal lavoro? E se questo maledetto avesse organizzato questa pagliacciata, solo per farsi un paio di giorni al mare con me come ai vecchi tempi?. E poi lui sa bene quante volte gli ho detto di finirla di giocare a fare l’eroe, son dieci anni che non se ne parla più.
Ho sempre avuto più paura di lui.
Non potrebbe scherzare su certe cose.
E io ho sempre più la convinzione che siano quelle cose.
Merda. Tre minuti e mi parte il treno. La biglietteria è deserta.
Chiedo invano a due ragazzine sedute lì vicino.
-Hei!-
Batto due colpi energici sul vetro e finalmente compare un grassone baffuto e unto. Camicia aperta, boccoli di pelo fuori e chiazze di sudore, si avvicina allo sportello e biascica qualcosa con la bocca piena. Afferro il biglietto e schizzo via.
Rido da solo, mentre corro tenendomi la cravatta con una mano e la borsa stretta nell’altra. Sto facendo un viaggio a ritroso con la mente, quaranta o vent’anni è sempre la stessa cosa.
Ancora rincorro tutti i miei treni
Riuscire a perderne uno in Sardegna è davvero un’impresa. Solo al termine della sigaretta di uno dei controllori, e dopo una lungo e intenso bacio tra un ragazzo in divisa e la sua morosa, la motrice emanando rumori sinistri si mette in moto.
Bentornato in Messico.
Il treno è pieno. Maledico il bigliettaio che m’ha causato il ritardo. Riesco a trovare un solo posto vuoto. Davanti a me, una suora con un neo peloso vicino al labbro, e accanto a lei, una donna sui 65 anni, dalle labbra finissime e colorate impudentemente da un rossetto fucsia quanto mai fuoriluogo.
Non ne sopporto la vista.
Corro ai ripari, chiudendo gli occhi, e mi lascio baciare dai raggi teporosi appena filtrati dal finestrino. Penso a Silvia.



When you try your best you don’t succed….

when you kept what you want but not what you need...when you feel

so tired but you can’ sleep...

Apro gli occhi d’istinto, cartello blu stazione di Marrubiu. Niente suora, niente rossetto fucsia. Una morettina carina dagli occhi grandi e scuri mi sta fissando e sorride, mentre ascolta il suo Mp3 a volume assurdo.
Devo aver russato come un orango asmatico.
Ricambio il sorriso. Imbarazzato mi aggiusto la giacca.
-Ottima scelta, anch’io adoro i Coldplay, ho tutti i loro Cd- le dico facendo l’indifferente.
Ma lei non può sentirmi e continua a ridacchiare.
Mancano pochi minuti ormai.
Mannaggia a te Matteo.
Ricevo una telefonata di Silvia, breve, ma sufficiente a rallegrarmi come solo lei sa fare.
Il tempo di mentirle spudoratamente, chiudere il telefono, e sentire ridacchiare la morettina, che stavolta ha spento la musica e sentito le mie bugie. Il treno si ferma.
Oristano.
Prendo la mia valigetta e rapido scendo. Nessuno di mia conoscenza nella piccola e silenziosa stazione.
Davanti al bar tre giovani militari e due ubriaconi. Più avanti due ragazzi fumano uno spinello, vicino a un vagone merci.
Mi accendo una sigaretta. Ho bisogno di una macchina. Meno persone chiamo meno spiegazioni devo dare. Valuto l’ipotesi di andare a trovare mia madre e mio padre. Scartata. Richiederebbe troppo tempo e troppe parole.
Ho una gran voglia di abbracciarli però..
Idea.
Carlo il carrozziere.
Problem solving. Ecco cosa vuol dire questa vuota frase da curriculum.
Uscire pulito da possibili casini.

Faccio una telefonata, qualche bugia di circostanza e sono sulla statale che mi porterà al luogo fissato per l’incontro, al volante di una Diane celeste completamente scassata.
Più mi avvicino alla fonte della mia ansia e meno ci penso. Guido con l’aria in faccia e la musica negli occhi.
Sento l’odore del mio mare che mi chiama. Una leggera brezza increspa i suoni, li diffonde spumeggianti, li unisce a quelli del mio amico e li riporta a me.
Siamo vicini.
Strada bianca,polvere calda, secca centroamericana. Il catorcio avanza, creando rumori mai uditi prima in un abitacolo. Sorrido, pensando alla faccia che farà Matteo vedendomi arrivare su questa macchina.
Ora non ho più paura.

29 Comments:

Anonymous Anonymous said...

minchia se scrivi male

2:19 AM  
Anonymous Anonymous said...

Ma io non darei molto retta al babbasugo di cui sopra, che sicuramente è concale!!! Caro Don Bruno scrivi benissimo, ma come stai messo co a rai??? Collant collant... Ma a parte le battute di verdoniana memoria, ho letto attentamente più volte e come ti ho detto al telefono.... non è il caso che mi ripeta.Aspetto con ansia gli altri capitoli. Tuo Zio, affezionatissssssimo.

3:07 AM  
Anonymous Manù said...

allora, se questo è lo spazio dei parenti....donBlù...come ti ho già detto continua così che sei forte! e niente da ividiare agli scrittori di moda (senza fare nomi). e speriamo che maluentu...porti vento buono (IL Maestrale per esempio)...chi vuol capire capisce.

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